Il segreto della giovinezza

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Ogni volta al rientro dal nord Giovanni salutava mezzo paese e molte persone, col tempo, avevano cambiato d’aspetto repentinamente. Anche nel corso di un anno. Giacometto si era incanutito e stempiato e lo ricordava con una chioma folta e nera, Beppe Gioioso, ahimè, camminava con un bastone, e le sorelle Leone si erano ingrassate che parevano maiali in catena. Si diceva che al sud la vita era più sana e di conseguenza anche la gente. Ma era il tempo a decidere inesorabilmente l’età.

Si sa che regala le rughe, i malanni, e via via impoverisce l’intelletto. Gli anziani sostavano in piazza ingannando la giornata con lunghi e tedianti discorsi sulla politica, sulle occasioni perdute e sulle mogli. Altri si occupavano ancora dell’orticello da cui traevano quei pochi ortaggi utili per la cucina della famiglia. Insomma ognuno si barcamenava, come si dice, alla meno peggio.

La signora Baldoni, una contadina locale, figlia del Merdaro, era sposata con Cesare Nipote detto U’Crastaro per via che sterilizzava maiali da ingrasso. Non che fosse la sua precipua attività, ché in realtà faceva l’aiuto becchino a padron Signuri Diavulicchiu, sensibile ai prossimi morituri. In paese tutti lo evitavano conoscendo le sue macabre ma esatte previsioni. Gli bastava un’occhiata per dire di punto in bianco: sei molto malato, è meglio che ti prepari. Anche se il soggetto pareva che scoppiasse di salute. Alcuni negli anni passati avevano riso a quelle sparate considerandole insensate e di cattivo gusto, ma inesorabilmente erano decedute in diversi modi e diverse circostanze. La cosa ormai aveva varcato i confini del paese e si era propagata in quelli vicini.

Naturalmente U’Crastaro era considerato la costola d’Adamo di Signuri Diavulicchiu e tutti ne evitavano il contatto e la presenza.

Ma Giovanni quando venne dal nord era all’oscuro di tutto per quelle credenze e per la fama acquisita da Signuri. Come si usa nei piccoli paesi ove si conoscono tutti e tutti sanno tutto di tutti, anche quanti fili d’erba crescono in ogni cortile, Giovanni, per rispetto e consuetudine salutò dapprima i parenti stretti, gli amici e quanti incontrava per le strade e nell’unico bar del paese intitolato “La ricreazione”. L’anno prima aveva cambiato gestione. Il vecchio Attilieddu giunto alla veneranda età di novant’anni, scapolo ed impenitente, aveva ceduto l’esercizio al nipote Filippone. Questi si propose di rinnovare il locale cambiandone l’aspetto esteriore innovandolo con uno spettacolo settimanale in cui un’avvenente signora ballava la danza del ventre. Nulla di scandaloso per i giovani e molti anziani del paese ma non per Don Sisto e le bigotte che lo attorniavano costantemente per ogni occasione. A Dio non si può disobbedire impunemente cosicché Filippone dovette rivedere gran parte dei suoi programmi. In sostituzione della ballerina poté solamente avvalersi di una procace e formosa cassiera.

Nel bar “La Ricreazione” oltre alle solite bevande si vendevano francobolli, sigarette, articoli casalinghi e cartoleria.

Fu lì che Giovanni incontrò U’Crastaro sposato con la figlia del Merdaro, uno conosciuto solo con quel soprannome, e chi chiedeva di Cesare Nipote nessuno sapeva chi fosse, ma al pronunciare Merdaro lo conoscevano anche in capo al mondo.

Fu U’Crastaro ad avvicinarsi e salutarlo calorosamente. Tra i due correvano una ventina d’anni di differenza ed ovviamente Giovanni, per logica di cose, era più giovane, ancora senza rughe, con una folta capigliatura, senza una capello bianco, magro, aitante e dallo sguardo vispo ed attento.

“Giovà, amico mio, quanto tempo senza vederci, oggi è un momento particolare” Disse U’Crastaro squadrandolo da capo a piedi. Considerò l’aspetto e si meravigliò della floridezza di Giovanni.

“Ma che ti sei pigliato, a compare, qualche santo? Sembri un ragazzino di vent’anni. Ed abbiamo la stessa età”.

“Oh grazie – disse Giovanni un po’ sorpreso – i sacrifici danno i loro frutti:” Intendeva quelli che lasciano a casa i vizi e i bagordi. Ma U’Crastaro la intese a modo suo.

“E io che ho di vizi Giovà, non fumo, bevo un bicchiere ogni morte di Papa, lavoro in campagna, aria pulita, e mi attengo al mangiare in grazia di Dio.” Pareva pregare tanto lo disse convinto.

In quel mentre furono distolti dalla conversazione dall’arrivo di Peppe U’Sagrestano che, in rispetto del prete, tutti salutarono riverentemente. Questi senza una parola, ch’era sordomuto, fece cenno a Filippone che pose sul banco un bianchino e una pasta alla crema. Poi uscì senza salutare nessuno com’era solito fare.

Giovanni guardò l’orologio. “Ora mi devi scusare Cesare, ho da visitare i nipoti e la zia Natalina, sennò mi manderanno i diavoli in casa.”

Più tardi Giovanni, dopo avere abbondantemente salutato i parenti ripensò alle parole di U’Crastaro: “Ed abbiamo la stessa età.” Ma che va dicendo – si disse Giovanni, e rise – è convinto di essere coetaneo. Ma fu solo un momento di riflessione e dimenticò immediatamente l’episodio. Aveva altro a cui pensare. Lo attendevano le terribili cene della zia Desolina, i lunghi colloqui di nonno Marino, le tedianti prediche fuori dell’altare di Don Sisto che quelli che emigravano al nord erano delle pecorelle smarrite da ricondurre all’ovile. E gli venne l’ansia pensando alle domande insistenti e inquisitorie dei paesani. Comunque uscì indenne da quei gironi e si recò al bar per il cicchetto pomeridiano. A quell’ora, che aveva scelto apposta, i clienti erano tutti a far la pennichella o al lavoro nei campi. Vi trovò addormentato sulla sedia solamente Costanzo detto U’Scimunito per via di un ritardo comportamentale.

Mentre gustava il liquore di corbezzolo ecco apparire U’Crastaro. Salutò e si avvicinò a Giovanni.

“Che prendi Cesare?” Disse quest’ultimo come si usava in paese per una consolidata amicizia e rispetto.

“Già tutto pagato.” Annunciò egli e fece un gesto significativo a Filippone.

“Ah no eh, ti ho invitato io per primo.” Replicò Giovanni. Ma non ci furono ragioni per Cesare.

“Piuttosto, Giovà mi devi svelare un segreto, la verità mi raccomando, – disse di punto in bianco – come mai tu ti mantieni giovane e aitante ed io pare che abbia vent’anni più di te?”

Giovanni colto alla sprovvista istintivamente fu sul punto di mettere in chiaro la faccenda ma un fracasso di tavoli e sedie lo distolse dal suo proposito. Costanzo U’Scimunito era cascato trascinando con se parte della mobilia.

“Ah si è fatto tardi ora dovrei andare” disse a Cesare, e si avviò alla porta.

“Aspetta un momento – Cesare quasi lo prese per forza – per la mia domanda cosa mi dici?” A Giovanni se prima la cosa lo aveva divertito ora lo infastidiva.

“Domani, domani ti farò sapere, debbo pensarci anch’io a questa cosa.” U’Crastaro acconsentì, pagò la consumazione e lasciò andare Giovanni.

Ma che si è messo in testa costui, è più scimunito di U’Scimunito. La sera, prima di andare a letto ripensò alla faccenda e pensando e pensando gli brillò in testa l’idea. Scoppiò in una sonora risata tanto che la sorella Doloretta si affacciò preoccupata nella sua camera.

 

 

2

Un po’ mascalzone si sentiva Giovanni quel pomeriggio al bar di Filippone mentre U’Crastaro ascoltava attento ed interessato le sue spiegazioni.

“Il Martedì, il giovedì ed il sabato mangio solo cicoria di campagna, zampe di gallina, due bicchieri di olio di ricino e mezzo chilo di carrube. Per due settimane consecutive.” U’Crastaro storse un po’ la bocca ma fece buon viso a cattiva sorte. Iniziò il giorno stesso ch’era di martedì. La moglie si vide portare in casa tutta la roba consigliata da Giovanni e rimase un po’ sorpresa. Logicamente chiese lumi su quella condotta di vita e U’Crastaro fu ben lieto di darle. La figlia del Merdaro, per curiosità e convinzione (e si sa le donne tengono più degli uomini al loro aspetto) volle sperimentare il trattamento. Il marito euforico pensava, ormai convinto, di tornare ai suoi vent’anni o anche trenta, e così somigliare a Giovanni. Durante la settimana non vi fu pace nella sua casa, pareva una guerra mondiale. Il bagno alla turca sempre occupato sia dall’uno o dall’altro. Talvolta, sotto lo stimolo insopprimibile ed urgente non riuscivano a raggiungere in tempo il bagno od il cortile. Comunque la convinzione che la “cura” potesse avere i benefici sperati era più forte di quei disagi.

Passate le due settimane U’Crastaro e la moglie parevano due rose appassite. Nei loro visi erano aumentate le rughe, le efelidi, ed erano apparse delle verruche sul collo e sulla fronte. Inoltre tossivano e sputavano continuamente.

“Umh – mugugnò Giovanni trattenendo una sonora risata, da Filippone – qui bisogna passare al metodo divino”. Io, sai, prego incessantemente dalla mattina alla sera, a voce alta, che dal cielo sentano bene, e canto le lodi del signore fino alla mezzanotte.”

“Ecco perché tu sei così giovane e bello.” Concluse U’Crastaro tutto contento. Non era quella del cibo la cura. Ormai Giovanni non pagava più nessuna consumazione.

Da quella sera, in casa di Cesare si sentivano canti religiosi, preghiere e invocazioni ad altissima voce. I vicini sopportarono la prima notte e nelle seguenti dimostrarono il loro disappunto. Incominciarono a lanciare oggetti diversa fattura: scarpe vecchie, spazzole, arance, limoni e altra frutta. Ci fu persino chi lanciò un pitale pieno di feci. Dopo tre settimane la casa di U’Crastaro sembrava una latrina a cielo aperto. I due coniugi vagavano in paese con gli sguardi allucinati, persi nel vuoto ed emettevano parole sconclusionate. Qualcuno ne informò il medico condotto per un ricovero immediato. “Passerà.” Disse semplicemente il dottore.

A U’Crastaro gli apparvero i primi dubbi e cominciava a dubitare dell’efficacia di quei metodi enunciati da Giovanni. Ma forse – pensò – ha altre combinazioni e quella giusta è ancora da provare.

Anche Giovanni capì di essersi spinto troppo in là e decise di svelargli la burla. Ma quando vide U’Crastaro al bar talmente convinto ed in buona fede, non ne ebbe il coraggio.

“Ecco poco cibo e tanto movimento, – disse Giovanni – una trentina di chilometri al giorno – possono farti diventare più giovane.”

Ed allora si vide U’Crastaro e la moglie correre come forsennati tra le siepi di fichi d’india, negli impervi sentieri del monte e lungo la mulattiera della costa marina. Si massacrarono e si sfinirono tanto che in tre settimane uno scheletro era più grasso di loro. Non parevano più esseri umani.

Giovanni ne fu seriamente preoccupato.

“Ora dovete mangiare, mangiare e mangiare, tutti i tipi di cibo, e bere bere del vino a volontà.” Così si ingozzarono come maiali in catena e divennero grassi, sformati a guisa di botti panciute. Cesare e la figlia del Merdaro camminavano sbronzi per le vie del paese suscitando le prese in giro e lo sdegno della popolazione.

Ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi e mai proverbio fu più azzeccato.

Giovanni aveva dato le istruzioni per l’ennesima cura e U’Crastaro l’avrebbe messa in atto senza se e senza ma. Consisteva, stavolta, nel mangiare solamente i frutti dei fichi d’india per quattro settimane e bere ogni volta un bicchiere d’aceto. Come al solito U’Crastaro pagò la consumazione e si attardò nel bar di Filippone. Con fare guardingo gli si avvicinò U’Scimunito.

“Se mi paghi da bere ti dico una cosa.” U’Crastaro stava per mandarlo via in malo modo, ma vedendo il suo miserevole stato, fu mosso a compassione.

“Bene, sbrigati che ho altro da fare.” Ed ordinò un bicchiere di vino rosso.

“Quello ti piglia in giro.” Disse con aria contrita, quasi supplichevole.

“Che dici impiastro, Giovanni Nubendi è di famiglia onorata che merita rispetto.” A U’Crastaro quelle parole irriverenti suonarono come un’offesa alla propria persona.

“Si è onesto, lo so, ma ha vent’anni in meno di te.” E bevve tutto d’un fiato il vino.

U’Crastaro rimase interdetto, dapprima sbiancò, poi si gonfiò come un rospo in calore e infine divenne violaceo.

“Co… co… cosa? Vent’anni di meno? Ha la mia età, né più, né meno. Va via sennò, parola mia, ti prendo a pedate.”

“Come volete, ma controllate in Comune, là saprete la verità.” U’Crastaro uscì agitato, sbuffando ed in preda all’apprensione.

Quando seppe dall’impiegata dello stato civile che, in effetti, tra lui e Giovanni, correvano più di ventidue anni poco mancò che, dalla rabbia, fumasse dalle orecchie.

La moglie lo vide urlare come un ossesso, il viso sconvolto e pensò che fosse posseduto. Prese il rosario e iniziò gli scongiuri.

U’Crastaro, intanto, aveva preso il forcone da fieno e corse come un forsennato per le vie del paese in cerca di Giovanni Nubendi.

Questi, nel frattempo, era tornato al bar per acquistare dei francobolli da attaccare a delle cartoline da inviare ai suoi amici del nord. U’Scimunito gli disse delle cattive intenzioni di U’Crastaro, e quando costui arrivò, Giovanni era uscito da poco. Filippone preoccupato avvisò i carabinieri. La faccenda diventava seria.

“Se arriva Aldo U’Crastaro gli dici che sono ripartito al nord.” Disse alla sorella. I carabinieri intercettarono Cesare proprio davanti alla chiesa ove Don Sisto tentava invano di riportarlo alla ragione.

“Me la deve pagare, a me, proprio a me, che eravamo due fratelli, non doveva farmi questo scherzo: lo ammazzo, lo ammazzo. Ho perso anni di vita, altro che ringiovanire; e pure i caffè gli ho pagato.”

Il maresciallo Ponazzo lo condusse in caserma e sentì tutta la storia. Non poté fare a meno di ridere nascostamente nel bagno. Ma convinse U’Crastaro che dalla parte della ragione passava dalla parte del torto. Anzi lo invitò a rappacificarsi con Giovanni ch’era la miglior cosa da farsi. Ci avrebbe pensato lui a redarguire Giovanni. U’Crastaro ci pensò su e, finalmente, rise anche lui per la burla subita.  

Si avviò a casa di Giovanni ben disposto e con animo allegro.

“E’ partito per il nord.” Gli disse laconicamente la sorella.

“Me l’ha fatta di nuovo.” Mormorò U’Crastaro.

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